Sul percorso di ogni artista ci sono delle svolte cruciali in cui si riassumono gli esiti di una ricerca estesa nel tempo; ebbene io credo che questa mostra sia per Elena Mezzadra una di quelle svolte decisive, poiché la pittura che qui viene esposta è il risultato di una lunga e severa disciplina, applicata senza distrazioni sul registro di una scelta poetica intransigente e motivata nelle sue radici di linguaggio.
(…) La struttura emerge come il valore primario della scrittura compositiva di ogni singola opera, mentre la traccia grafica si conforma per intima corrispondenza delle stesure calibrate del colore. La realtà cromatica è a sua volta la sintesi di un accanito cimento sulla materia, tradotto in sottili impasti e in filtrate epidermidi.
(…) Ogni quadro di questa mostra racchiude quindi una sua autonomia di forma e di significato, in una diversità di gamme a volte impercettibili nella sottigliezza delle varianti, a volte traumatiche nel distacco degli accenti lirici o drammatici.
GIANNI CAVAZZINI dal catalogo della prima personale alla galleria delle Ore, 1° febbraio 1975.
Probabilmente, nel procedimento creativo di Elena Mezzadra il primo aspetto la formazione di un ritmo nello spazio. Si può intendere come la prima tappa di lavorazione in ordine cronologico, quando l’immagine comincia a formarsi nella mente, prima ancora di essere dipinta.
(…) Subito dopo il colore: finemente impastato, sentito e intuito in un gioco a tre o quattro elementi principali. Possiamo trovare un colore fondamentale con le sue varianti, il medesimo colore ripetuto ma spostato di un mezzo tono più in su (schiarito da un sole mattutino) o più in giù (attraverso un’ombra trasparente ma consistente).
(…) Se ci avviciniamo maggiormente al dipinto, scrutando i procedimenti della sua produzione, troviamo dappertutto le tracce di un gesto e di una pennellata inquieta, perfino nervosa, anche all’interno di zone che ci erano sembrate compatte ed eguali; una gestualità delicata ma a suo modo ostinata anche se la consistenza materica è assottigliata.
GIUSEPPE CURONICI dal catalogo della mostra alla galleria delle Ore, 1977.
Con una breve sventagliata di mostre d’indirizzo diverso, la stagione espositiva torinese ha già preso il via anche nelle gallerie private. A cominciare è stata “la Cittadella” con una personale di Elena Mezzadra. Pavese di nascita, vive a Milano ed è stata allieva di Ciminaghi, dedicandosi a una pittura intesa come ricerca di filtrate immagini luminose.
I dipinti ad olio nascono da una fine elaborazione del colore destinata a sfociare in delicate figure geometrizzanti, non prive, a volte, di un vago riferimento naturalistico.
Si direbbe anzi che per l’autrice costituiscano l’esercizio di una colta fantasia ricreativa, tuttora presa dalle suggestioni sensibilistiche dell’astrattismo di un quarto di secolo fa nel quale continua ad affondare le sue radici.
Forse più limpidamente tutto questo s’avverte nelle incisioni, la maggior parte delle quali son realizzate associando acquaforte e acquatinta in più controllati registri cromatici: da leggersi sempre in termini squisitamente spaziali.
ANGELO DRAGONE da “La Stampa”, 23 settembre 1979.
La pittura della Mezzadra, implicata in un problema di luce, più che abbandonarsi alla luce ne utilizza le qualità plastiche. Rifiuta il descrittivo, ma non nega in partenza una presenza di oggettività, spesso correlata ad elementi di natura, come non nega che l’esito ricercato stia in una sua trasposizione - ma non in termini di decantazione lirica, quanto di riduzione a struttura, che non abbia tuttavia perduto la memoria di quella realtà d’oggetto unitario e riconoscibile sul quale l’analisi agisce.
La geometria (quasi un’architettura naturale) una volta allusa è subito negata: la si ipotizza come risultato di una prima operazione analitica, ma funziona in certo senso come metafora. Lo stesso accade nella correlazione che si individua fra segno, materia e colore.
Soprattutto osservando alcune delle opere più recenti, assai più libere di altre da i canoni creativi consueti alla pittrice, e tenendo presenti in particolare due o tre quadri nei quali affiora un’impazienza nuova, una più intensa e quasi gestuale sensibilizzazione delle masse e dei piani, si avverte immediatamente come si sia sempre trattato, per la pittura della Mezzadra, di un’astrazione relativa, e come nell’indagine delle strutture la trama costruttiva messa in evidenza sia sempre stata, in fondo, un prolungamento del soggettivo, forse un’annotazione autobiografica.
ROBERTO SANESI dal catalogo della mostra alla Galleria delle Ore, 1979.
Ogni mezzo tecnico ha un suo linguaggio, una sua specificità, è adatto a esprimere cose che altri mezzi non permetterebbero, e va guardato con sospetto l’artista che è sempre identico a se stesso, sia che facciano litografia, un disegno o un dipinto. Nel lavoro di Elena Mezzadra si stabilisce una sorta di dialogo tra le varie tecniche usate: la tempera più dolce e vellutata, l’acquaforte più austera, notturna e misteriosa in certe composizioni dominate da neri profondi, limpidamente solare in altre; la forma è più rigorosa e geometrica nelle composizioni di vetri colorati, più irrequieta nei collages. Nella pittura a olio Elena Mezzadra predilige le grandi superfici, la forza del gesto che si afferma nelle grandi campire di colore, la pulizia e la freschezza di un colore che appare a prima vista compatto ma si rivela a poco a poco vibrante e intessuto di luce.
MARINA DE STASIO dal catalogo della mostra presso il Castello di Belgioioso (Pavia), 1989.
E’ negli spazi ampi che il gesto trova la sua misura, e il colore, dato e ridato come nelle velature antiche, esprime tutta la sua dolcezza sì, ma anche tutta la sua energia, tutta quella determinatezza ostinata e irriducibile che è un modo di essere, prima ancora che un modo di dipingere.
Nebbie, dunque. Ma anche perimetri, e confini. Leggerezza immateriale, ma anche asprezze e lacerazioni. Tenerezze cromatiche, ma senza indulgenze decorative, senza sentimentalismi e senza compiacimenti. Anzi, con improvvisi soprassalti di pudore espressivo: quando il colore sta per dire “troppo”, ecco d’improvviso il silenzio, la pennellata sgarbata, l’incattivirsi dei toni.
Così, tra queste tensioni, tra queste volute antinomie, Elena Mezzadra gioca con la pittura una partita difficile, importante.
ELENA PONTIGGIA da “In Arte”, Venezia, 1990.
La scelta della scala ampia è del resto un altro dei motivi ricorrenti nell’opera di questi anni dell’artista, che si trova maggiormente a suo agio nelle grandi dimensioni più che nel perimetro circoscritto della piccola tela o del foglio. E si tratta di una preferenza in tutto consona a quanto altro connota il lavoro della Mezzadra e la sua temperie formativa. Con risultati, tuttavia, privi di quella monumentalità incombente che si potrebbe temere: grazie, appunto, al palpitante, non rigido darsi delle connessioni strutturali e spaziali e alla qualità del colore, nelle sue variazioni cariche di sensibilità, anche allorché il cromatismo è tenuto sui toni bassi e profondi con scatti peraltro di accesa luminosità, e con trasparenze di rara suggestione.
(…) Elena Mezzadra contraddice così più di un luogo comune. Come negare che il radicamento coscienziale del suo dipingere sia di impronta squisitamente femminile? Eppure, macroscopicamente, si dà su un registro di ampiezza e intensità assolutamente alieni alle connotazioni abitualmente attribuite alla pittura “al femminile”.
LUCIANO CARAMEL dal catalogo della “personale” al PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, 1992.
Elena Mezzadra (…) è artista a tutto campo: da sempre coltiva anche l’incisione e l’arte del libro, realizza sculture, ceramiche e gioielli: ma tutto questo non è indice di una inclinazione eclettica, bensì di una grande padronanza dei mezzi entro una fondamentale continuità di linguaggio e una coerenza espressiva. Che si esplichi su piccola o su grande scala, nel colore, nella ceramica raku o nel metallo, il lavoro artistico della Mezzadra è uno solo: un aprire-chiudere lo spazio attraverso diaframmi e sipari di luce, un imprevedibile sporgersi di dentro e di fuori che dalle ampie superfici dei dipinti si rigenera nei più circoscritti campi dell’incisione, per riversarsi quasi naturalmente nei morbidi piani e nei volumi disossati delle sue terrecotte chiare o nelle saettanti ceramiche bianche e nere.
VALTER ROSA dal catalogo mostra “Gioielli e piccole sculture di Elena Mezzadra”, Casalmaggiore, 1999.
La lunga storia di Elena Mezzadra, all’interno dell’ambiente artistico milanese, è fatta di precisi punti fermi: il primo è un’assoluta fedeltà verso l’arte astratta; il secondo, stando a una geografia di luoghi entro cui collocare la sua vicenda, è costituito dal lungo sodalizio con la Galleria delle Ore di Giovanni Fumagalli, che nel secondo dopoguerra è stato un punto di riferimento per le ricerche tra astratto e informale.
(…) Il suo percorso è contraddistinto da una costante adesione a un certo modo di intendere la pittura: senza cesure drastiche, la sua ricerca all’interno dell’astrazione è stata votata al perfezionamento, attraverso variazioni continue, di una sola maniera di concepire il quadro. Si ha quindi a che fare con uno stile connotato e immediatamente riconoscibile, ma nel quale si devono seguire impercettibili sussulti e variazioni dello stile per tentarne una seriazione cronologica. Per questa ragione l’artista è sempre stata poco incline agli sguardi retrospettivi, come ha sottolineato Luciano Caramel presentando la grande mostra del 1992 al PAC di Milano: l’attività recente è, per lei, compimento di un percorso, quindi ogni quadro nuovo non solo assomma le ricerche precedenti, ma l’ultimo comprende anche il primo, e questa fedeltà si esprime con la stessa intensità sul grande formato del quadro a olio come nelle piccole misure della carta e nella dimensione più aristocratica dell’incisione.
LUCA PIETRO NICOLETTI dalla presentazione della “personale” organizzata dall’Università Bocconi di Milano, 2011.
E’ una vita spesa per l’arte quella di Elena Mezzadra. Un impegno nell’arte condotto con serietà, dedizione, direi quasi abnegazione. Lo si percepisce subito, entrando nella sua casa-studio, in bilico tra abitazione e atelier, tra luogo di quotidianità e spazio creativo e di lavoro. Nell’esistenza di Elena Mezzadra i due mondi si sono sempre sovrapposti, senza soluzione di continuità: l’arte per lei è stata un’esperienza totale, avvolgente, indispensabile.
Tele, carte, terrecotte, bronzi, ceramiche di varie dimensioni arredano le stanze: l’arte abita ovunque, permeando gli spazi. Voce ferma, sguardo acuto e vivacissimo, sorriso pronto, Elena Mezzadra porta con straordinaria eleganza e sorprendente lucidità i suoi 93 anni. Circondata dalle sue opere è perfettamente a proprio agio. Quello è il suo posto. Il luogo del suo operare artistico. L’universo che lei ha costruito in decenni di impegno esclusivo. Lo ripete spesso, del resto: l’arte è un lavoro serio, non è un gioco e non può essere un passatempo. Lo dice con la consapevolezza di chi sa bene di aver sacrificato molto nella vita sull’altare dell’arte, con l’orgoglio e la serenità di chi sa di non esser mai scesa a compromessi, né con se stessa, né con gli altri.
SIMONA BARTOLENA da heart book 38, Elena Mezzadra opere, Vimercate, 2020.